venerdì 1 aprile 2016

Omaggio all’icona del Decostruttivismo: la Fire Station di Zaha Hadid

 

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“L’architettura è davvero benessere. Penso che la gente voglia sentirsi bene in uno spazio… Da un lato si tratta di un riparo, dall’altro si tratta anche di un piacere.”

Zaha Hadid

 

Ho conosciuto lo stile progettuale decostruttivista di Zaha Hadid grazie ad un articolo letto sul numero 664 di Casabella del 1999 riguardo il concorso per il nuovo Campus Center all’Illinois Institute of Technology (IIT) di Chicago: da quel primo “incontro” ho poi approfondito il suo stile con gli anni di studio, di approfondimento personale e di viaggi. Tra le esperienze dirette, oltre alle visite ad alcune sue opere, ho avuto la fortuna di ascoltarla ad un convegno a lei dedicato al Politecnico di Milano il 12 aprile 2011 ("Being Zaha Hadid - Vita e lavoro di un architetto icona").

Per rendere omaggio a Zaha Hadid, esponenete del Decostruttivismo purtroppo scomparsa, ho pensato di raccontare per immagini il suo primo progetto realizzato, cioè la Stazione dei Vigili del fuoco della Vitra a Weil Am Rhein del 1993 che ho visitato recentemente.

L’edificio è l’espressione delle ricerca formale degli anni Ottanta della quale Zaha Hadid era la più alta esponente: come lei stessa sosteneva, l'intervento architettonico è prima di tutto un operazione che ha come principale finalità quella di rendere migliore la vita di chi vive quei luoghi poi, nel contempo, si può dividere un edificio in estetica e funzionalità, come due caratteristiche fondamentali che difficilmente trovano la loro massima espressione nello stesso edificio.

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Con questi presupposti, la Stazione dei Vigili del Fuoco risulta più simile ad una istallazione temporanea che ad un edificio di pubblica utilità ma colpisce per la straordinaria carica emotiva dei volumi acuminati ed obliqui e degli spazi con pareti e infissi fortemente inclinati. L’edificio è ermetico ad uno sguardo frontale, rivelando gli interni solo da un punto di vista perpendicolare.

Il concept funzionale è assorbito entro un edificio lungo e stretto parallelo all’andamento dell’infrastruttura che segna il confine dell’azienda. I punti di partenza per lo sviluppo del progetto sono stati gli obiettivi di circoscrivere il luogo e di creare una quinta scenica con una serie di muri paralleli e lineari. In sintesi, la struttura limita e identifica lo spazio piuttosto che occuparlo.

"Since there are 360 degrees, she sees no reason to restrict herself to just one"

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“Zaha Hadid relies entirely on her own ideas in trying to determinate the limits of what is possible, extending these limits farther and farther, continuing in the almost forgotten tradition of “modernity”: the experiment becomes an integral element of the creative process, in which building is regarded as a technological as well as societal experiment.”

 

Altri post di 56Lab dedicati a Zaha Hadid:

- Il Padiglione Viña Tondonia nel post “Un decanter fuori-misura: il Padiglione Viña Tondonia di Zaha Hadid

- Il Pabellón puente nel postUn post Expo: il sito espositivo di Expo Saragozza 2008

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